La Giornapolitica.
Un termine nuovo: indica la degenerazione della professione in cui il giornalista non fa più il cronista, ma agisce come un vero e proprio attore politico, o viceversa, quando la politica si fa solo a colpi di titoli di giornale invece che in Parlamento.
Il giornalismo non dovrebbe essere una corrida: ecco perché l’intervista a Vannacci, a mio parere, è stata un autogol metodologico.
L’intervista di ieri sera a Otto e mezzo tra Lilli Gruber e Roberto Vannacci ha offerto l’ennesimo esempio di ciò che succede quando il giornalismo televisivo decide di abbandonare il proprio ruolo istituzionale per farsi “tribuno” ideologico.
Il punto non è difendere le tesi di Vannacci – posizioni ampiamente discutibili e che offrono innumerevoli spunti per un serio, rigoroso fact-checking – ma analizzare come un’intervista possa trasformarsi nel perfetto manuale di “ciò che un conduttore non dovrebbe fare” se l’obiettivo è informare il pubblico, anziché polarizzarlo.
Ci sono tre errori metodologici evidenti che ieri sera sono emersi in modo cristallino:
1. Il “Tribunale” al posto delle domande. Un’intervista efficace non ha bisogno di indossare la toga. Quando il giornalista smette di fare domande per esprimere giudizi di valore personali ed emotivi (come la provocazione sulle preferenze sessuali dell’intervistato o l’accusa di “ossessione”), si priva dell’arma più potente: inchiodare l’interlocutore ai fatti e alle contraddizioni delle sue stesse dichiarazioni.
2. L’errore del “Fact-checking” senza dati. Contestare affermazioni forti o numeri sui flussi migratori e sui rimpatri è un dovere. Ma liquidare i dati dell’interlocutore semplicemente dicendo “questo lo dice lei” o “non sono veritieri”, senza opporre immediatamente cifre ufficiali, statistiche di ministeri o report indipendenti, indebolisce la credibilità del conduttore e, paradossalmente, rafforza la narrativa dell’intervistato come vittima di un “sistema” prevenuto.
3. Il vittimismo regalato. Il risultato è una dinamica prevedibile. Chiunque vada in televisione con l’obiettivo di posizionarsi come elemento di rottura contro il “politicamente corretto” non aspetta altro che un atteggiamento inquisitorio. Essere interrotto costantemente o attaccato sul piano personale permette all’ospite di capitalizzare l’effetto solidarietà del pubblico, trasformando il potenziale scrutinio giornalistico in un trampolino di lancio politico.
Il giornalismo ha il compito di smontare le retoriche con la logica, la pazienza e i dati scientifici.
Quando si sceglie la via dello scontro emotivo, non vince l’informazione; vince solo lo share, a scapito della qualità del dibattito pubblico.
Rispondi